Olivier Assayas: Après Mai (recensione in anteprima)

OLIVIER ASSAYAS

Après Mai

(Francia 2012, 122 min., col., drammatico)
“Il risultato più alto che il cinema può raggiungere è mostrare le articolazioni del mondo. Pochi cineasti, oggi, vanno in questa direzione, nella direzione della complessità. Odio la semplificazione, perchè è solo una bugia”
 (Olivier Assayas)
L’ultimo, stupendo film di Olivier Assayas, Après Mai (titolo eloquente quello inglese: Something In The Air), è stato accolto trionfalmente all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, fin da subito percepito come una “bellissima sorpresa” dai fortunati spettatori del Lido. Sebbene quasi snobbato in fase di premiazione, la pellicola ha raccolto più recensioni positive e più “stellette” di qualsiasi altro film in concorso (controllare per credere i voti delle maggiori testate del mondo, riassunti sul giornale ufficiale della mostra Venews), anche più del celebrato mattone coreano. Après Mai ha del miracoloso: per la capacità eccezionale di coinvolgere e commuovere un pubblico composto da ogni età (chi scrive deve compiere 25 anni) nonostante affronti un tema ritrito, infarcito di luoghi comuni, ultra-semplificato (quindi maltrattato) come la contestazione sessantottina. Il film poi ha confermato le capacità di un regista, nome di punta del cinema francese da vent’anni, eppure riscoperto solo negli ultimi tempi grazie a produzioni internazionali come Carlos.
Sinossi

La vicenda ruota attorno alla vita di alcuni ragazzi, liceali, borghesi e “figli di papà”, eppure convinti (e convincenti) aspiranti rivoluzionari. Pur cominciando nella più tipica delle scene, una manifestazione parigina che si conclude con l’intervento violento della polizia, la pellicola procede con un ritmo rilassato ma costante esaminando, in maniera quasi caleidoscopica, le vite e gli ambienti dei suoi personaggi, affascinanti, contradditori, umani. C’è chi decide di rimanere a lottare, chi fugge in Italia, chi conosce l’amore e chi fa viaggi spirituali; tra tutti Gilles, il protagonista, è quello in bilico. Diviso tra impegno politico e ricerca artistica, quindi tra la decisione di rimanere o partire, e tra due ragazze, che impersonano (con grande finesse, si badi tutto è molto naturale, mai forzato) l’una e l’altra anima del movimento di contestazione, due diverse sfumature della sinistra rivoluzionaria. Fortemente autobiografico, si seguono anche i primi passi (e qui sta la chicca, l’imprescindibile punto di forza dell’opera) del protagonista nel mondo del cinema. Sempre diviso tra spinta innovatrice e tradizione, tra militanza e arte pura, come…il regista stesso.

’72 Revisited. Il senso di girare un film sulla contestazione nel 2012
40 anni ci separano dal periodo storico in questione, il ’72. Va segnalato infatti che non si parla esattamente di sessantotto, ma di post-sessantotto (Après Mai, letterale “dopo maggio”), la differenza è più marcata di quanto sembri: la sensazione non è di stare osservando qualcosa che sta avvenendo (non c’è alcun intento documentaristico, in tal senso) ma di qualcosa che è appena avvenuto, qualcosa di cui si è ancora “nella scia”. Un contesto, a mio parere, ancora più affascinante del ’68 in sè; lo si capisce tanto nella pratica, attraverso i conflitti interni al movimento, quanto nei sentimenti, attraverso gli occhi già malinconici dei suoi protagonisti (che va detto, non sorridono mai, ma si perdona questo e altro a una splendida Lola Creton, giovanissima attrice che mi ha spezzato il cuore). La grande capacità del regista non è stata solo quella di nobilitare la contestazione, ma anche quella di avere unificato tutte le spinte che l’hanno animata. Il film affronta tutto, dall’arte (le tentazioni “astratte” dei giovani pittori) alla musica (e qui servirebbe un capitolo a parte. Syd Barrett, Nick Drake, Soft Machine, Captain Beefheart…insomma non banalmente come Beatles o Rolling Stones, e sempre inseriti alla perfezione nelle scene più indicate) al cinema (i film documentario di “educazione” destinati o realizzati dagli operai, le prime esperienze nell’industria cinematografica di serie B di Gilles…!) alla spiritualità orientale (la locandina riprende temi indù ma l’avrete riconosciuta, è la copertina rivisitata di Axis Bold As Love, di Jimi Hendrix). Un calderone immenso e ribollente insomma, eppure la chiarezza espositiva, la linearità e la delicatezza di Assayas, che entra discretamente nei luoghi in cui tutto sta avvenendo, rendono tutto quasi leggero, e, soprattutto, moderno, come se stessimo guardando questa “rivoluzione culturale” per la prima volta. Non dimentichiamo che per questi ragazzi il mondo doveva cambiare nell’arco di sei mesi, e anche noi sentiamo, magari non politicamente ma almeno empaticamente, l’urgenza di questo cambiamento ancora oggi.
Parigi alla guida del cinema mondiale

Après Mai è un’altra dimostrazione di come oggi, come del resto quasi sempre in passato, il cinema francese sia sinonimo di qualità. A tutti i livelli di genere e ambizione, l’esagono esporta (quando raggiungono l’Italia, e sempre meno) prodotti eccellenti; dai film di basso-medio livello, eppure interessanti (vedi Quasi Amici, o l’ultimo Cherchez Hortense) a quelli d’autore (“facili” come Francois Ozon, “difficili” come Bruno Dumont), dal passato (Resnais sempre attivissimo) al presente (Valerie Donzelli, Bertrand Bonello). Per quanto mi riguarda però è proprio Assayas, per il suo essere così riservato eppure geniale, per la sua mirabile capacità di sintesi, per il suo essere coltissimo senza mai sforare nell’altezzoso, nel sofisticato, a conquistarmi, a colpirmi nel profondo.

Stefano Uboldi