Jacques Doillon: Mes séances de lutte


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JACQUES DOILLON

 

MES SÉANCES DE LUTTE

 

(Francia 2013, 99 min., col., drammatico)

 

“L’amore è una lotta continua”. Banalità in stile social network? Può darsi, ma sviscerata e analizzata da Doillon in Mes séances de lutte assume un significato più profondo. Il rischio didascalismo è certamente dietro l’angolo, così come la presunzione o la superficialità nell’accostarsi all’argomento, ma il merito del regista risiede tutto nell’aver realizzato una pellicola coraggiosa.

Il principio generatore dell’opera è nella fusione o, meglio, nell’avvicinamento di due termini generalmente contrapposti: odio e

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amore. Precisamente l’errore della società nell’accostare termini come “male”, “lotta”, “guerra” al primo e “bene”, “carezza” e “pace” al secondo, è smantellato da Doillon. La ragazza protagonista, ritornata al villaggio natale dopo la morte del padre, si riavvicina all’ex vicino di casa con cui ebbe un aborto di relazione. Questo coito interrotto sul più bello (la giovane non si è concessa totalmente al vicino) sommato all’impossibilità di regolare alcuni conti sospesi con l’ormai defunto padre, si trasforma in rabbia repressa. La collera della giovane sarà canalizzata dal vicino di casa in incontri di lotta, che si trasformeranno man mano in un ballo sessuale.

La trasformazione della rabbia in amore è mostrata dapprima con improbabili dialoghi pseudo psicanalitici e, in seguito, da veri e propri combattimenti che sforano una qualsiasi normale relazione. L’irrealtà della situazione non può essere un banale errore del regista, ormai non più principiante. Quello che mostra non può essere l’analisi di un legame affettivo, ma lo studio in superficie di ciò che non può essere detto. Il vicino, novello terapeuta, dapprima funge da padre per gli sfoghi violenti della figlia, per poi mutare in amante desiderato ma represso. La collera della donna è desiderio. È un godere di un padre assente e un godere di un amante che ha castrato sul più bello, frenata da costrizioni sociali e personali. I combattimenti crescono d’intensità, di foga e di violenza fino a scaturire in amplessi viscerali, bestiali e inconsci.

Mes seances de lutte OK

Lo sporco della repressione è lavato esorcizzandolo dal suo interno. A inizio film, infatti, il vicino bricoleur si sporca le mani lavorando la terra; i suoi vestiti non sono mai freschi di lavanderia; il primo amplesso dei due protagonisti è nel fango. I piani sequenza grezzi, il tono “realistico” della fotografia e i movimenti di macchina improvvisati si riallacciano al tema dell’opera di Doillon enfatizzandolo in maniera atipica. A più riprese i protagonisti sbattono letteralmente contro l’obiettivo, rimangono in ombra o sono “mal inquadrati” esprimendo la parte istintuale presente nella vicenda.

La sensibilità del singolo è qui messa sotto pressione ma Doillon riesce nel suo obiettivo. Ormai dovrebbe essere chiaro che il regista non vuole turbare lo spettatore, quanto usare la sua sensibilità per chiarire gli aspetti sommersi dalla società.

Mattia Giannone