Nate Parker – The Birth of a Nation

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NATE PARKER

The Birth of a Nation

(USA 2016, 117 min., col., drammatico)

Non poteva che arrivare dal Sundance uno dei peggiori film dell’anno. The Birth of a Nation è infatti furbo e irritante, in quanto vorrebbe essere provocatorio fin dal titolo (che rovescia, intelligentemente, il classico di Griffith che fu permissivo nei confronti della schiavitù) rivelandosi poi film assai più convenzionale delle premesse già probabilmente pronto, dopo essere stato portato in pompa magna dai cinefili nello Utah, al grande lancio hollywoodiano. La pellicola giusta al momento giusto, che cavalca rabbia e paura proprio durante una nuova ondata di tensioni razziali in America: un film che parla alla pancia e non al cuore, nè tantomeno e soprattutto alla testa. La storia di Nat Turner, schiavo predicatore che incitò altri schiavi alla ribellione (e al massacro – anche di innocenti – prima d’essere a sua volta massacrato) e che s’ispirò alle sacre scritture, è infatti raccontata senza mettere in rilievo alcuna contraddizione, senza rispetto per le fonti storiche, e quel che è peggio senza apertura ad alcuna articolazione o approfondimento che richiederebbe un discorso così delicato. Per intenderci, l’esordio alla regia dell’attore afroamericano Nate Parker fa rimpiangere il Mel Gibson che brandiva la spada e indossava kilt scozzesi.

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Certo, il film sembra girato bene. Almeno, nel primo tempo viene orchestrata la classica storia di formazione di un giovane schiavo, e si può riconoscere al film una suggestiva ricostruzione storica degli ambienti e delle abitudini delle piantagioni, il tutto accompagnato da un alone di misticismo legato ai riti sciamanici degli schiavi. Il protagonista Nat Turner, realmente esistito e interpretato dallo stesso regista, ha delle capacità di lettura che gli consentono di ritagliarsi un relativo benessere (pur rimanendo schiavo) che lo portano a predicare, per denaro, nelle altre piantagioni con lo scopo di inibire e tranquillizzare gli animi degli schiavi. Il film prende presto una piega assai ordinaria, con annessa storia d’amore puntellata da facili simbolismi (le due candele che bruciano vicine…); è proprio quando tutto sembra ordinarsi che le sorti di Nat prendono una brutta piega, e non solo nelle vicende nel film, ma il film stesso. La moglie di Nat viene barbaramente stuprata da cacciatori di schiavi, e comprensibilmente Nat non ci vede più dalla rabbia (state ancora pensando a Mel Gibson in kilt? siete sulla strada giusta). Nat comincia a rileggere le parole della Bibbia con occhi diversi, a ribaltarne il significato, da invito al mantenimento dello Status Quo a sfogo della rabbia repressa e incitamento alla rivolta contro il padrone.

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E’ a questo punto, proprio quando si viene al succo della questione, che il film si rivela un pasticcio artefatto. Parker si affida senza più remore ad una quantità spaventosa di clichè terribili, dall’abuso di ralenty alla lacrima che scende sulla guancia, alla musica epica, alla violenza impietosa. Quel che è peggio, Parker non rende problematico neanche per un istante il personaggio di Turner, che viene rappresentato come un messia salvatore, mentre nei fatti si comporta come una specie di talebano fondamentalista. A Parker, che dimostra d’essere sinceramente appassionato al proprio personaggio, non si può perdonare una rappresentazione di Turner come sorta di Cristo Nero che brandisce l’ascia contro l’ingiustizia. Gli ultimi minuti, con visioni angeliche e il soldato nero durante la guerra di secessione che sfodera il fucile con la bandiera americana sventolante sullo sfondo, sono la pietra tombale del film. I recenti 12 Anni Schiavo e Selma – La Strada per la Libertà, entrambi realizzati da registi afroamericani, hanno trattato il tema della schiavitù e della conquista dei diritti civili in modi forse non perfetti ma comunque onesti e interessanti. The Birth of a Nation è invece un film di rara superficialità e presunzione.

Stefano