Mostra del Cinema di Venezia: 1 Settembre

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CONCORSO – Derek Cianfrance: The Light Between the Oceans (UK)

Dopo due film discreti come Blue Valentine e Come Un Tuono, Cianfrance porta sullo schermo un romanzo di Nicholas Sparks. Questo film purtroppo verrà ricordato (ad essere ottimisti) più per questioni extra-cinematografiche e mondane (la relazione tra i protagonisti coppia nella vita vera, Fassbender e Vikander) che per reali meriti cinematografici. Il film si regge sulla classica storia dolorosa e sventurata: Fassbender vive con la moglie su un isola come guardiano del faro e dopo mille tentativi di avere figli, si troveranno a fare da genitori a una trovatella del mare, fino a che non si farà viva la vera madre. Ma prevarranno i buoni sentimenti. Insomma, cinema da pomeriggi televisivi, che a parte un paio di momenti ispirati e una cura particolare per gli ambienti, pare essere soprattutto un’occasione sprecata.

 

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CONCORSO – Denis Villeneuve: Arrival (USA)

Potrebbero essere individuate diverse fonti di ispirazione dalla fantascienza dalle quali Villeneuve attinge per il suo Arrival. Eppure, nessuna prevale: il film rinuncia a qualsiasi tentazione citazionista e mantiene una marca originale, chiara e definita ormai propria del canadese che, dagli esordi a oggi, non ha praticamente sbagliato un colpo. Non poteva essere quello di Villeneuve, un film che pone i propri personaggi davanti al caos dell’esistenza (Sicario), un film sulle difficoltà di comunicazione e sugli effetti devastanti delle incomprensioni, temi che per il regista sono prioritari nella lettura della realtà. Ed eccola finalmente, dopo tanti film pessimisti (Prisoners, Enemy), una chiave per decifrare la realtà: semplicemente il linguaggio, inteso come struttura logica, scientifica di parole, concetti e simboli. Scienza e sentimento non sono in contrapposizione per Villeneuve, ma complementari: sarà una linguista a salvare il mondo. Soprattutto, sarà la consapevolezza che la nostra lingua determina anche il nostro modo di pensare e agire: poco importa se si tratta dello sconosciuto davanti a noi o di una nave spaziale aliena di cui non si conoscono le intenzioni.

 

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CONCORSO – Wim Wenders: Les Beaux Jours d’Aranjuez (Germania/Francia)

E’ quello di Wenders un film sperimentale che non si può liquidare in poche righe. Il regista tedesco spinge in avanti il (suo) cinema da sempre, proseguendo per una strada fortemente personale. E’ scelta dello spettatore stare al gioco, e lasciarsi andare all’estenuante flusso di coscienza riversato dall’autore, oppure rinunciare. La maggior parte del pubblico di Venezia non è stato al gioco ed ha lasciato la sala. Eppure questo film ci affascina profondamente: Wenders impiega il 3D come nel precedente Ritorno Alla Vita per un uso introspettivo invece che effettistico, immersivo invece che spettacolare; bisogna sprofondare nello schermo. La Parigi deserta mostrata in 3D sulle note di Perfect Day di Lou Reed è un momento di suggestione che difficilmente verrà superato in questa edizione. Wenders compie l’ennesima messa in scena di una messa in scena: in una luogo deserto, un gazebo dal quale, lontano, si scorgono i grattacieli della Defènse, eppure al di fuori di qualsiasi cornice storica che lasci filtrare qualsiasi attualità, uno scrittore plasma la realtà sulla base dei propri ricordi e sensazioni. Così vengono creati mondi nei mondi attraverso le parole. Questi mondi non sono rappresentati nel film: si generano nella mente dello spettatore, sempre che abbia la pazienza e il cuore di stare al gioco. Film interamente parlato e fondato sulla suggestione: ricorda l’ultimo Cantet di Ritorno all’Avana. Tutte le fascinazioni del regista si avvitano in un moto centripeto (appare all’improvviso Nick Cave che suona al piano). Un film sulla creazione artistica, la cui fine non può che rappresentare la fine della realtà; il buio della notte (che è il “The End” di ogni film, di ogni finzione) incombe in questa giornata perfetta, Perfect Day. Lacrime scorrono sul viso dello scrittore e la mdp zooma su un particolare dell’inquadratura fino a che non rimane qualche pixel. Il film non finisce: scompare.

 

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ORIZZONTI – RAMA BURSHTEIN: Through the Wall (Israele)

Rama Burshtein portò a Venezia il notevole La Sposa Promessa nel 2012. Rispetto alla pellicola d’esordio, marcata da tinte drammatiche, Through the Wall vira sulla commedia ironica e leggera. A pochi giorni dal grande passo Michal, ragazza un pò stramba che di lavoro porta la sua “fattoria didattica ambulante” alle feste dei bambini per mostrare lucertole e serpenti, viene lasciata dal fidanzato. La fede di questa ragazza osservante inizia a vacillare, ma rimane comunque determinata a sposarsi al punto da darsi un ultimatum: Dio le darà uno sposo un preciso giorno del calendario, anche se non sa ancora chi sarà il fortunato. Sarebbe pretestuoso tentare di leggere la pellicola con altri significati che non siano un intelligente intrattenimento: Through the Wall è piacevole, ma lascia un pò il tempo che trova. L’attrice protagonista vincerebbe questa edizione della Mostra se ci fosse un premio per simpatia e tenerezza.

 

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CONCORSO – Christopher Murray: El Cristo Ciego (Cile)

Nella pampa cilena la vita scorre nella miseria quotidiana. Un ragazzo che ripara biciclette parte alla ricerca dell’amico che, da piccolo, gli ha inchiodato le mani nel mezzo del deserto; da quel momento il ragazzo è convinto che Cristo sia dentro ogni uomo e che basti credere fermamente in lui per compiere miracoli. Il sottoscritto si aspettava qualcosa dalle parti del primo Reygadas (Japon), o del Dumont del periodo esistenzialista (Hors Satan, Hadewijch). El Cristo Ciego è un film che ha ben poco dell’asprezza di quei film. Al contrario, è un film elegante, un film parecchio “da festival” che non riesce a convincere appieno. Si struttura orizzontalmente, come un film on the road, attraversato puntualmente da parabole che, attraverso passaggi brevi e onirici, vorrebbero estendere la rappresentazione per descrivere variegati ambienti del Cile più arretrato. Ha una fotografia eccezionale e un protagonista convincente nella sua tranquilla esaltazione, ma manca dell’incisività che lo farebbe realmente distinguere da altri film che hanno battuto la stessa strada.